Andare al contenuto
SaprenoAprire l'app

Sapreno Taste Lab · 12 settembre 2026

Fondue e vino: perché il Chasselas prevale (e quando no)

Fondue e vino: perché il Chasselas prevale (e quando no)

Quasi nessuna raccomandazione vinicola è così unanime come quella per il fondue di formaggio: un Chasselas, noto nella Svizzera romanda anche come Fendant. Questa concordanza non è un caso dovuto alla tradizione, ma si spiega con la struttura del piatto — con acidità, tannini e la particolare consistenza della salsa.

Cosa succede chimicamente nel caquelon

Il fondue di formaggio è fondamentalmente un’emulsione: formaggio grattugiato, vino e solitamente un po’ di amido vengono uniti a caldo fino a ottenere una massa liscia e omogenea. Le proteine del formaggio, come la caseina, formano una rete tenuta insieme da ioni calcio. Se questa rete viene riscaldata in modo eccessivo o irregolare, si contrae e il liquido si separa dal grasso — il fondue diventa grumoso o filamentoso.

Ed è qui che interviene il vino. Gli acidi organici del vino complessano gli ioni calcio e allentano la rete di caseina, permettendo alle proteine di frammentarsi in unità più piccole e mantenendo la massa morbida. Il succo di limone, presente in molte preparazioni, agisce con lo stesso meccanismo, e una spruzzata di Kirsch alla fine serve oltre che per l’aroma allo stesso scopo: mantiene la massa fluida mentre si raffredda lentamente. Un vino con sufficiente, ma non eccessiva acidità è quindi parte integrante della preparazione anche dal punto di vista tecnico — non solo una scelta al tavolo, ma già una componente durante la cottura nel caquelon.

Perché i tannini raramente vincono

Per la scelta del vino conta inoltre come i suoi tannini si legano al piatto in bocca. I tannini hanno per natura la tendenza a legare e far precipitare le proteine; nella saliva lo fanno tra l’altro proteine come gli istatine, producendo la sensazione di secchezza e ruvidezza tipica dei vini molto tannici. Se un vino simile incontra invece un piatto ricco di grassi e proteine, come una bistecca matura o un formaggio duro, i tannini si legano preferenzialmente alle proteine del cibo anziché a quelle in bocca — il vino risulta perciò più morbido e rotondo. Se questa possibilità di legame manca, per esempio con contorni poveri di grassi e proteine, l’effetto sui tannini rimane in bocca e il vino appare più asciutto e intransigente.

Con il formaggio fuso la situazione è diversa rispetto al formaggio stagionato: il fondue è caldo, molto salato, ricco di grassi e la sua struttura si modifica con la fusione. Tannini marcati, specialmente quelli con note di legno, tendono qui più facilmente a produrre amarezza che morbidezza. Il Chasselas non introduce questo rischio: la varietà è per natura povera di tannini, dal profilo aromatico contenuto, e lascia il ruolo al formaggio invece di entrare in competizione. Proprio questa moderazione, unita a un’acidità adeguata, ne fa la scelta più ovvia — non un riflesso della tradizione, ma una corrispondenza strutturale con il piatto.

Quando invece non è il Chasselas

La struttura di un fondue non è però sempre identica. Se sono presenti accompagnamenti fortemente speziati o affumicati, per esempio carne secca o pancetta, il peso del piatto cambia e può servire più frutto o un corpo maggiore nel bicchiere per riequilibrare, senza ricorrere ai tannini. Anche un fondue con una quota più alta di formaggi di montagna saporiti, con l’aggiunta di aglio e pepe o con una miscela di Vacherin e Gruyère tollera un vino con un’espressione maggiore rispetto al Chasselas più semplice. In questi casi può funzionare anche un Pinot Nero molto leggero e poco lavorato in botte, purché esso stesso presenti pochi tannini e metta in risalto la componente fruttata.

In generale vale il principio valido per ogni piatto grasso e salato: l’acidità del vino crea un contrasto rinfrescante con la pesantezza e rende più invitante il boccone successivo — indipendentemente che si tratti di formaggio, carne arrosto o una salsa ricca. Troppa acidità però, in un piatto fortemente salato come il fondue, può risultare a sua volta problematica e apparire più tagliente del necessario; l’equilibrio è qui più importante di un valore elevato in una sola dimensione. Il Chasselas è dunque la scelta più ovvia, ma non l’unica possibile.

Cosa significa per la scelta personale

La raccomandazione per il Chasselas funziona non perché sia tramandata, ma perché la sua struttura si adatta a quella del piatto: pochi tannini, acidità sufficiente ma non eccessiva, aroma riservato. Quando un piatto varia in termini di grasso, salinità o speziatura, cambia anche quale struttura nel bicchiere gli si adatta — una regola valida per una preparazione di base può non valere per le sue varianti.

Proprio questo approccio — valutare in ordine acidità, tannini, corpo e consistenza di un piatto invece di affidarsi a una regola generale per un’intera categoria — è alla base del modo in cui Sapreno suggerisce abbinamenti: in funzione della struttura effettiva del piatto, non del solo nome. Per un fondue di formaggio il risultato, nella sostanza, coincide con la tradizione — ma con una spiegazione razionale che resta verificabile anche quando il piatto si discosta dalla sua forma originaria.